essere se stessi

Essere se stessi puó sembrare la cosa più naturale del mondo. Eppure, da quando nasciamo, entriamo in un mondo già organizzato, regolato e definito da aspettative, valori, convinzioni e modelli di comportamento.

La cosiddetta educazione — dal latino e-ducere, “condurre fuori” — dovrebbe aiutarci a esprimere ciò che siamo, a sviluppare le nostre potenzialità e a incontrare il mondo con consapevolezza. Eppure, molto spesso, il percorso educativo si trasforma in un processo attraverso il quale impariamo a costruire un’immagine di noi che sia accettata, prima di tutto, dal modello familiare, poi da quello scolastico e, in seguito, da quello sociale.

Impariamo così che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, che cosa è opportuno dire e che cosa è meglio tacere, quali emozioni mostrare e quali nascondere. Impariamo a essere bravi, responsabili, educati, adeguati. Impariamo a soddisfare le aspettative degli altri, a non deludere, a non disturbare, a non uscire troppo dai confini stabiliti.

In questo modo, poco alla volta, iniziamo a identificarci con un’immagine costruita: il figlio o la figlia che gli altri si aspettano, lo studente modello, il professionista competente, il partner affidabile, la persona sempre disponibile e sorridente.

Indossiamo ruoli, assumiamo comportamenti, sviluppiamo strategie per sentirci amati, riconosciuti e al sicuro. E mentre impariamo a diventare ciò che gli altri ritengono giusto per noi, rischiamo di sconnetterci da quella voce interna che sussurra nel silenzio.

Ritrovare la libertà di essere se stessi

Una voce sottile, spesso quasi impercettibile, che esiste al di là delle emozioni momentanee e dei pensieri appresi. Una voce che appartiene a una parte profonda della nostra identità e che dovrebbe essere la nostra sola, autentica guida.

Quella voce sa indicarci, con semplicità, ciò che ci fa bene, ciò che ci somiglia e ciò che invece ci allontana da noi stessi. Non sempre urla. Spesso si manifesta attraverso una sensazione nel corpo, un’inquietudine, una stanchezza che non riusciamo a spiegare, il desiderio di cambiare direzione o la percezione che, nonostante tutto sembri andare bene, qualcosa dentro di noi non sia più al suo posto.

La distanza da noi stessi può crescere lentamente. All’inizio impariamo a trattenere una parola per non creare conflitto. Poi rinunciamo a un desiderio per non deludere qualcuno. In seguito scegliamo un lavoro, una relazione o uno stile di vita sulla base di ciò che ci viene richiesto, invece che di ciò che realmente desideriamo.

Finché, a un certo punto, possiamo ritrovarci a chiederci:

Chi sono io, al di là di tutto ciò che ho imparato a essere?

Il coraggio di ascoltarsi

Permettersi di essere se stessi non significa rifiutare ogni regola, vivere senza responsabilità o ignorare gli altri. Non significa neppure agire impulsivamente, seguendo ogni emozione del momento.

Significa imparare a distinguere ciò che nasce autenticamente dentro di noi da ciò che abbiamo interiorizzato per essere accettati.

Significa avere il coraggio di ascoltarsi e di riconoscere ciò che realmente sentiamo, desideriamo e siamo. Perché solo quando i nostri pensieri e le nostre azioni sono allineati al nostro essere più autentico, possiamo vivere davvero nella libertà, nella gioia, nella gratitudine, nella pienezza e nell’appagamento.

Questo non significa che la vita non presenti momenti di sacrificio. La parola sacrificio deriva dal latino sacrum facere, “rendere sacro”. Anche ciò che ci costa fatica, ciò che richiede impegno e rinuncia, può assumere un significato profondo quando è al servizio di qualcosa che sentiamo vero e autentico.

I momenti più complicati, così come gli ostacoli che incontriamo lungo il cammino, ci portano inevitabilmente a conoscere e a smussare parti di noi che, altrimenti, faticheremmo a vedere. Ci mostrano le nostre rigidità, le nostre paure, le nostre ferite e quei meccanismi che abbiamo costruito per proteggerci, ma che talvolta finiscono per limitarci.

Quando affrontati con consapevolezza, anche questi momenti possono diventare sani e trasformativi. Non perché siano facili o piacevoli, ma perché segnano i passi del cammino che appartiene, nella sua unicità, a ognuno di noi.

Non esiste una strada uguale per tutti. Esiste la nostra strada, con i suoi tempi, le sue deviazioni, le sue cadute e le sue ripartenze.

Permettersi di essere se stessi significa anche smettere di confrontare il proprio percorso con quello degli altri e iniziare ad avere fiducia nella propria direzione.

Il valore del silenzio

Per potersi permettere di ascoltare e sentire questo sussurro dentro di noi, è necessario innanzitutto concedersi — e forse, in questa società, persino imporsi — il silenzio.

Viviamo in un mondo che ci spinge continuamente a fare, produrre, raggiungere, dimostrare. Un mondo che sembra premiare soltanto l’azione e non l’essere.

Siamo costantemente proiettati verso qualcosa: un obiettivo, una scadenza, un risultato, un’immagine da mantenere. E così rischiamo di perdere il contatto con ciò che accade dentro di noi.

Concedersi il silenzio significa interrompere, almeno per un momento, questo incessante movimento. Significa creare uno spazio interiore nel quale poter abitare in una condizione di apertura e disponibilità.

È proprio questa apertura che può permetterci di osservare e, gradualmente, smantellare le strutture mentali ed emotive che ci sono state presentate come giuste, necessarie o reali.

Nel silenzio possiamo riconoscere le convinzioni che abbiamo fatto nostre, i giudizi che abbiamo interiorizzato, le paure che ci guidano e i condizionamenti che ancora orientano le nostre scelte.

Possiamo guardarli per ciò che sono, senza doverli combattere e senza sentirci in colpa per averli portati con noi.

Riconoscere non significa giudicare. Significa vedere. E ciò che viene visto con consapevolezza può finalmente liberarsi e trasformarsi.

Non è necessario lottare contro le parti di noi che non sentiamo più autentiche. Non è necessario punirsi, accusarsi o giudicarsi per essere stati, fino a quel momento, ciò che pensavamo di dover essere.

Possiamo semplicemente lasciare che quelle strutture si trasformino, poco alla volta, in conformità con l’unica legge che può davvero guidarci e renderci felici: la nostra legge interiore.

La nostra legge interiore

Quella legge non è un insieme di regole rigide. È un orientamento profondo, una forma di ascolto, una verità intima che emerge quando smettiamo di vivere soltanto in risposta alle aspettative degli altri.

È ciò che ci permette di riconoscere quando una scelta ci appartiene e quando, invece, stiamo cercando soltanto di essere approvati. È ciò che ci aiuta a distinguere il desiderio autentico dal bisogno di conferme, la libertà dalla ribellione e la responsabilità dal sacrificio di sé.

Nel silenzio, finalmente, possiamo tornare ad ascoltarla.

Forse diventare se stessi non significa costruire una nuova identità, ma liberarsi, poco alla volta, di tutto ciò che non ci appartiene. Tornare a quella parte di noi che era già presente prima dei condizionamenti, delle aspettative e dei ruoli.

Permettersi di essere se stessi significa imparare a vivere non per essere ciò che gli altri desiderano, ma per onorare ciò che siamo.

Significa concedersi il diritto di esistere senza dover continuamente dimostrare il proprio valore. Significa riconoscere che non dobbiamo diventare qualcun altro per meritare amore, rispetto e appartenenza.

E significa, infine, avere il coraggio di seguire quella voce interiore che, nel silenzio, continua a sussurrare chi siamo davvero.

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